giovedì 4 ottobre 2018

Quell'equivoca confusione tra sinistra e ambientalismo

"La redazione del "RobinHoodpost" ripubblica questo scritto ancora attualissimo di Alex Langer del 1985, introducendo a Firenze l'Assemblea nazionale in vista della costituzione delle liste verdi, affermò che gli ecologisti "non sono né di destra né di sinistra". Ci fu polemica allora, e polemica c'è tuttora verso quella definizione, che invece a noi del RobinHoodpost ci trovo perfettamente d'accordo. Allora sbagliando, si disse il verde o è rosso o non è. Langer argomentò così invece la sua posizione"
di Alex Langer 
Alex Langer
Alcuni liquidano la questione destra/sinistra con un riferimento al totem ed al tabù. Al totem: "non si può essere verdi senza essere rossi"; chi non fosse riferibile ad una scelta "di sinistra" e non riconoscesse come suoi i totem della sinistra (la centralità della classe operaia? la priorità della contraddizione tra capitale e lavoro?), non sarà un vero verde. Al tabù: “e chissà da chi sono pagati quei verdi”, che magari nascondono il socialdemocratico, il democristiano e, chissà, il fascista nelle proprie file e quindi si smascherano da sé. Sono nemici, non vogliono l'alternativa, si inquadrano nel gioco dei padroni. E fanno di destra e sinistra un sol fascio. Fosse così semplice, sarebbe persino da stare allegri. E invece è tutto terribilmente più complesso. Perché è assai difficile stabilire cosa voglia dire essere di sinistra oggi, e distinguere la sinistra per le sue opere, non solo per le sue parole. E poi bisognerà interrogarsi anche sull'utilità pratica di certe classificazioni, e trarne delle conseguenze. Infine, converrà domandarsi come stabilire un fruttuoso dialogo tra verdi e rossi, senza pretendere di definire una netta linea di demarcazione e senza esigere professioni di devozioni agli schieramenti ereditari. Cos'è oggi la sinistra e la destra? In un mondo in cui la Cina chiama ingegneri stranieri per affidare a loro la ristrutturazione efficientista di certe fabbriche; in cui l'economia sommersa entra nell'orizzonte teorico e pratico degli economisti della socialdemocrazia austriaca; il concetto di sinistra perlomeno non si rivela immediatamente utile. Per non parlare di politica estera e militare, dove notoriamente sinistra e destra si comportano in genere come il cacciatore ed il bracconiere: fanno le stesse cose, ma si distinguono per la qualificazione nominale di quel che fanno. È di sinistra quel che fa la sinistra (compresa le centrali nucleari, la force de frappe atomica di Mitterand, i progetti autostradali difesi dai sindacati perché danno lavoro...) o bisogna anche che ci sia qualcosa di "rosso" nei contenuti? È di sinistra l'insistenza per lo "sviluppo" (industrialismo, espansione, crescita del prodotto naz. lordo) e magari di destra la de-industrializzazione?La delegittimazione dell'utopia socialista. Ma - si dirà - se per sinistra si intende uno schieramento sociale, o meglio, l'indicazione di una tradizione politico - culturale, non ci si può rifugiare nell'agnosticismo. Vero. E per giunta la sinistra in Italia (anche perché all'opposizione) è stata in gran parte il terreno di coltura di quelle forze che oggi si preoccupano esplicitamente più della sopravvivenza della specie che non del trionfo della classe. Questa sinistra, né unitaria, né sempre coerente, ha indubbiamente molti meriti in Italia. Ha contributo (ma non solo lei) all'emancipazione politica, sociale e culturale di larghi strati di popolazione; ha conquistato e via via saputo ampliare molti spazi democratici, a cominciare dalla resistenza contro il nazifascismo; si è battuta per significativi passi in avanti verso una maggiore giustizia distributiva e migliori condizioni di vita sociale: ha generato (non sempre volontariamente) importantissimi ed incisivi movimenti di massa; si è dimostrata una fertile fucina di idee, di cultura. Ma accanto a questi ed altri indubbi meriti, la sinistra ha contributo anche a provocare una situazione sempre più bloccata che oggi la vede prigioniera di alcuni suoi meccanismi, ed in ritirata un po' su tutto il fronte. In particolare l'insistenza della sinistra sull'alternativa di governo come premessa di ogni processo di cambiamento sociale ha finito per premiare lo schieramento avversario: la sinistra non è riuscita - salvo nelle regioni rosse e su contenuti ben poco alternativi - a costituire intorno a sé un sistema di alleanze sociali capace di conquistare la maggioranza sociale, non solo politica. Oggi la mancanza di grandi progetti a sinistra e la perdita di legittimazione dell'utopia socialista non favorisce certo la prospettiva di una nuova aggregazione imperniata sulla sinistra, anche se la decadenza e la corruzione del "capitalismo realizzato" può contribuire a determinare certi effimeri successi elettorali. Vecchio e Nuovo Testamento. Ed ora qualcuno vorrebbe che le nuove spinte che possono provenire da un'impostazione "verde" - con tutta la sua carica di radicalità eco-pacifista e di critica di fondo alla civiltà dominante, ma anche con tutta l'ingenuità e la frammentarietà di un abbozzo teorico, ideale e sociale ancora in fieri - passassero per forza attraverso la cruna del dogma rosso e dello schieramento "di sinistra", quasi fosse l'unico abilitato ad ospitare e legittimare teorie e prassi di trasformazione sociale. In altra occasione mi è capitato di paragonare il rapporto tra il "verde" ed il "rosso" al rapporto che i cristiani vedono tra il Nuovo e l'Antico testamento, tra cristianesimo ed ebraismo. Anche ai primi cristiani, consapevoli di essere portatori di una carica innovativa radicale, qualcuno dalle loro stesse file chiedeva di vestire i panni della legge d'Israele e di rispettare la tradizione dei suoi profeti, e di situare la nuova predicazione sostanzialmente all'interno del mondo ebraico, pretendendo dai nuovi adepti (pagani) del Vangelo anche la circoncisione e la frequentazione del codice israelitico. "Non si può essere cristiani senza essere ebrei", decretavano questi custodi della tradizione. Se il cristianesimo non avesse superato quell'angusta impostazione, si sarebbe ridotto a diventare uno dei filoni (forse una delle sette) della tradizione israelita e ne avrebbe probabilmente seguito le sorti, compresa la distruzione del tempio e la diaspora. Accettando invece di operare in campo aperto, tra i gentili, senza pretenderne la conversione all'ebraismo, il cristianesimo - pur non buttando alle ortiche il Vecchio testamento ed i suoi insegnamenti - è diventato quel fermento (positivo o negativo che lo si giudichi) epocale che si sa. Senza voler forzare le analogie - dato che i paragoni sono spesso ingannevoli - vorrei affermare che 1) non è vero che il "verde" sia il naturale e scontato prolungamento della tradizione politico-culturale e del radicamento sociale dei "rossi"; 2) un affiancamento troppo stretto dei "verdi" ai "rossi" rischierebbe di sterilizzare una buona parte del potenziale dinamico che l'ecologismo ed il pacifismo può attivare in aree non toccate dalla sinistra o ad essa inaccessibili. La logica dei blocchi o di qua o di là. All'interno della sinistra assai spesso si ragiona con una logica dei blocchi non troppo dissimile da quella tra est e ovest: si deve stare da una delle due parti (o a destra, o a sinistra; o con i padroni o con la classe operaia, ecc.), tertium non datur, chi vuole sfuggire a questa polarizzazione forzata, in fondo intende fare il gioco di qualcuno ("dell'altro blocco", a seconda del punto di vista). Ma così ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive. In questo senso ritengo che un ragionamento "verde" sia e debba essere trasversale rispetto alla tradizionale logica della sinistra e possa, anche per questo motivo, incentivare la formazione di nuovi progetti e di nuove alleanze sociali. Pensiamo allo statalismo assai radicato nella sinistra, o al suo sostanziale industrialismo, o alla forte inclinazione al centralismo, o al "lavorismo" che caratterizza la sinistra, o alla sua diffidenza verso l'individuo non organizzato, o ai temi ambientali (energia, edificazione sul territorio, trasporti, uso delle risorse, ecc.) o ad infiniti altri momenti fondanti di un ripensamento critico della civiltà attuale in chiave ecologica. Pretendere dai "verdi" di incamminarsi lungo i binari segnati dalla tradizione di sinistra o di considerare naturali alleati nelle possibili giunte o governi, mi parrebbe un grave errore, anche se non si può certamente negare che su molti altri valori - di democrazia, di giustizia sociale, di liberazione dallo sfruttamento, - ci potranno essere terreni comuni. Anche se per tutto un periodo non breve l'approfondimento di una visione ecologista porterà allo scoperto distanze assai marcate tra "verde" e "rosso", ed i conflitti sul nucleare, sul terzo mondo, sul militarismo, sulla "fuoriuscita dall'industrialismo", sul sindacato e più in generale sulla concezione del "progresso", saranno assai dolorosi. Ciò non significa né che i "verdi" si lancino in primo luogo contro la sinistra, né che essi si possano considerare equidistanti tra destra e sinistra, quasi fossero il nuovo centro: si dovrà ben tenere presente la differenza tra chi ha realizzato e gestisce il capitalismo industrialista e chi, non essendone gestore, se ne mostra subalterno e spesso velleitario critico e pretendente alla successione. Non è ancora detto che i "verdi" riusciranno a costruire, con la necessaria pazienza e laicità, un proprio progetto complessivo che vada oltre il rifiuto dell'esistente e oltre la sottrazione di consensi alla civiltà dominante. Può darsi che anch'essi cedano alla logica degli schieramenti, subordinandosi a quella preconfezionata o snaturando il proprio contributo con cadute integralistiche e settarie. Ma è più probabile che essi diventino punto di incontro, di rifondazione e di fusione di aspirazioni nuove e vecchie, dove - intorno all'ecologismo - accanto a qualche bandiera lasciata cadere a sinistra (ed in particolare di quelle "settantottesche") si raccolga anche qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell'eguaglianza; il bisogno di identità di tradizione di "patria" particolare; una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell'iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell'"ente pubblico"; una ricerca di "comunità" non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra... Un polo autonomo di elaborazione e di aggregazione che riesca ad esprimere bisogni "impolitici" e non toccati dalla consolidata polarizzazione politica, quale lo possono diventare i "verdi", è oggi più necessario che non l'ennesima variante del "rosso". 

lunedì 10 settembre 2018

In principio fu Alex, costruttore di ponti

di Umberto Croppi

Alex Langer elezioni europee
Rovisto nel mio archivio e tra i ritagli di giornale che riguardano Alex Langer trovo una cronaca dei suoi funerali apparsa sull’Unità il 7 luglio del ’95. Alex si era suicidato impiccandosi ad un albicocco, a Pian dei Giullari sopra Firenze, dove abitava, dove Bargellini ambienta una delle sue opere più famose, dove Papini svolgeva i suoi peripatetici incontri con Soffici, dove ha speso il suo tempo Spadolini. Un articolo di cui avevo perso la memoria, contiene queste righe: «A Paolo Cesari, docente bolognese, piace ricordare come Alexander abbia “convertito” il dirigente missino Umberto Croppi, che in un primo momento querelò Langer ma poi, grazie a quella denuncia, si conobbero fino al punto che Croppi divenne socio fondatore dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”»Tutto vero, anche se più che una conversione fu una convergenza, un incontro, di quelli in cui ci si cambia. Maturato, affinato nel corso di molti anni. La querela risaliva al tempo in cui era direttore di Lotta Continua, l’approfondimento della nostra conoscenza avvenne quando lui era ormai leader dei Verdi italiani. Il movimento che lui aveva contribuito in maniera determinante a fondare, riunendo l’arcipelago di liste e associazioni che si andavano spontaneamente formando: lui tenne la relazione introduttiva al primo convegno convocato a Firenze nel 1984. Già in quell’inizio Langer sottolineò che i Verdi avrebbero dovuto affermare la propria alterità rispetto al binomio destra-sinistra, «Bisognerebbe, a mio giudizio, che i "verdi" riuscissero a sfuggire alla polarizzazione un po' consunta tra destra e sinistra, che oggi - nonostante il "sorpasso" comunista - ha esaurito molto della sua dialettica innovatrice e trasformatrice di un tempo» e considerarsi un movimento di passaggio, “biodegradabile”, una metafora della transizione. Tanto che già tre anni dopo cominciò a invocarne lo scioglimento per determinare nuove sintesi, in un processo di “solve et coagula”, provocando spesso la derisione se non l’ira di molti suoi colleghi, ecoparlamentari di professione. Nato a Vipiteno da un viennese di origine ebraica e da una madre altoatesina cattolica aveva sviluppato robusti anticorpi contro ogni gabbia etnica, tanto da sottrarsi all’obbligo di indicare una appartenenza al momento del censimento del 1991, scelta che gli precluse la strada alla candidatura che lo avrebbe portato, con ragionevole certezza, a divenire sindaco di Bolzano. Questa necessità dell’apertura, della contaminazione è stata la vera costante nell’azione culturale e politica di Alex, che lo portò ad essere spasmodicamente attivo nel tentativo di creare ponti nel momento in cui il disgregarsi della Juogoslavia si condensava drammaticamente nei grumi identitari delle popolazioni balcaniche. Fu questa in base a questa stessa matrice che prese radicalmente le distanze dalla visione “etnica” della politica che ‘aveva caratterizzato i nostri anni Settanta e mise in atto incursioni in campi contrapposti impensabili ancora ai nostri giorni. Come quando nell’85, si chiese con un articolo apparso su Alfabeta: «Quanto sono verdi i conservatori, quanto conservatori i verdi», tema a cui, in seguito, dedicherà un convegno, o come quando nel 1987, insieme ad altri 21 esponenti verdi, firmò un documento a sostegno di quello redatto dall’allora cardinale Ratzinger contro la ricerca sulle modificazioni genetiche (che provocò reazioni risentite all’interno della sinistra), arrivando a esprimere «soddisfazione per l’Istruzione vaticana sulla bio-etica, in quanto rifiuta ogni forma di manipolazione genetica (perché di questa si parla!) e riafferma il primato dell’etica sulla scienza e le sue applicazioni.» (il manifesto, 7 maggio 1987). Non sfuggì a Langer quanto, tra gli altri, Giorgio Galli sottolineava nel numero di marzo di Panorama mese, in un servizio intitolato “Tramonta il disordine nero, forse nasce l’ordine verde”, individuando nell’ecologismo uno dei probabili, imminenti, orizzonti della destra, di una certa destra europea. Infatti i suoi contatti con il sottoscritto, dirigente missino, non furono episodi di simpatia tra due irregolari della politica, Alex accettò di partecipare a incontri della Nuova Destra e nell’imminenza delle elezioni europee del 1989 propose a Mario Tonin, professore di fisica a Padova, appartenente ad una nota famiglia veneziana di destra, di candidarsi nella testa di lista dei Verdi per le elezioni europee. L’operazione non riuscì ma il tentativo stesso aveva in sé il carattere del percorso che Langer voleva indicare, valutando con naturalezza e senza enfasi non tanto la trasgressione politica quanto l’apporto di competenza e di serietà che sarebbe derivato da quella scelta. Non era un percorso facile e il suo stesso cammino fu pieno di incomprensioni, schiacciato tra l’affetto di quanti venivano coinvolti dal suo carisma discreto, dal suo incessante attivismo e l’incomprensione dei più, troppo coinvolti, troppo strumentalmente coinvolti, negli schemi rigidi di una politica funzionali più al mantenimento di posizioni di rendita che alla realizzazione di una costruzione nuova. Sentì così forte il peso di questa responsabilità, di questa contraddizione che non se la sentì di andare avanti, lasciando ad altri il compito, come scrisse nel suo laconico commiato di continuare “in ciò che era giusto”.

Fonte: Secolo d'Italia